Ci sono luoghi in cui la storia si deposita sui muri a strati, come se ogni epoca avesse voluto lasciare la propria firma – e il convento francescano di San Nicolò di Puglia a Pulsano è esattamente uno di questi posti. In tre secoli ha avuto il tempo di essere convento, caserma, prigione, scuola, biblioteca e perfino asilo. Ma è meglio procedere con ordine.
Come tutto ebbe inizio: un principe e la sua idea
Il convento dei Padri Riformati fu edificato tra il 1709 e il 1712, accanto alla chiesa di S. Maria dei Martiri. L’idea fu di Nicolò Sergio Muscettola, principe di Leporano e Pulsano. Doveva essere un uomo di larghe vedute, a giudicare dal risultato: l’edificio venne su massiccio e imponente, su due piani, con gli ambienti disposti tutt’intorno a un chiostro impreziosito da eleganti arcate a tutto sesto. Quel cortile interno merita senza dubbio una sosta. C’è un silenzio particolare, lì dentro, come se il tempo decidesse improvvisamente di rallentare.
Cosa facevano i frati

La comunità francescana, qui, conduceva una vita intensa e operosa – ben lontana dall’essere fatta solo di preghiere. I frati si prendevano cura dei malati, lavoravano i prodotti agricoli ricavati dalle loro vaste proprietà terriere nei dintorni e – attenzione – si dedicavano seriamente allo studio. Nel convento funzionava una biblioteca, e non una qualsiasi: era l’unica biblioteca attiva di tutta la Provincia Riformata. Un dettaglio che dice molto sul livello del luogo. Di fatto, un piccolo centro intellettuale nel cuore del Sud Italia, dove con ogni probabilità convergevano studiosi e curiosi da tutta la zona.
Quando lo Stato cambiò ogni cosa
Poi accadde ciò che è accaduto alla maggior parte dei conventi italiani: l’Unità d’Italia nel 1861 e le successive leggi di secolarizzazione. L’edificio passò di proprietà al Comune – ed è qui che la storia si fa davvero curiosa.
Il convento, semplicemente, non conobbe più pace. Dapprima vi fu insediata una caserma dei Reali Carabinieri, con tanto di celle annesse per i detenuti. In altre parole: nelle celle dove fino a poco prima pregavano i frati, ora languivano i prigionieri. Poi arrivarono gli uffici comunali, poi la biblioteca, poi le aule scolastiche. Quegli stessi muri, che avevano assistito alle funzioni francescane, finirono per ascoltare ora gli ordini degli ufficiali, ora il chiasso festoso dei bambini durante la ricreazione.
Le suore stimmatine e l’arte del ricamo
Dal 1912 nell’edificio prese dimora una nuova comunità religiosa: le Suore Stimmatine. E neppure loro restarono con le mani in mano. Aprirono un asilo – vero, regolarmente funzionante – e una scuola di ricamo e cucito. L’idea era estremamente concreta: offrire alle donne di Pulsano un mestiere, una possibilità di guadagnarsi da vivere. Per gli standard dei primi del Novecento si trattava di un progetto femminile quasi rivoluzionario, custodito dietro le mura di un antico convento.

Cosa c’è oggi e perché vale la pena entrare
Dell’arredamento originario, oggi, non resta assolutamente nulla: il convento è completamente privo dei suoi interni storici. Tuttavia ospita la biblioteca comunale e il museo archeologico cittadino, così il luogo continua a vivere e a essere frequentato, semplicemente in una nuova veste.
Ma la vera ragione per cui vale la pena fermarsi qui è una soltanto: il grande affresco custodito nell’antico refettorio. Si tratta dell’Ultima Cena, opera di Giuseppe Bianchi, esponente della celebre famiglia di artisti di Manduria. Basta immaginarlo: un’enorme parete su cui Cristo spezza il pane con gli apostoli, proprio lì dove un tempo i francescani si sedevano a consumare la loro cena frugale. La coincidenza tra soggetto e luogo è quasi cinematografica – e basta da sola a giustificare il viaggio fino a Pulsano.